SOS Villaggio del Fanciullo di Trento


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La nostra storia

Chi siamo

Il Villaggio è sorto a Trento nel 1963 per iniziativa di un gruppo di volontari riuniti attorno alla dott.ssa Zita Lorenzi, allora Assessore provinciale alla Sanità e all’Assistenza sociale ed al dott. Nilo Piccoli, Sindaco del capoluogo. Il progetto si è posto da subito come una nuova proposta di accoglienza per bambini che, fino a quel momento, trovavano solitamente ospitalità in istituti di vario tipo: si trattava di dare loro una “mamma”, la possibilità di vivere assieme da fratelli e dentro una casa “normale”. il Villaggio è nato quindi con questa impronta di “novità”, come forma alternativa all’istituto tradizionale e non come successivo adattamento di questo.
Ultimata la costruzione delle prime tre case, le richieste di accoglienza da parte del Servizi sociali territoriali hanno ben presto superato la disponibilità di posti e quindi nel giro di poco tempo se ne sono aggiunte altre tre più quella del Direttore chiamato a risiedere all’interno del Villaggio con la propria famiglia secondo il pensiero pedagogico del dott. Gmeiner.

Inizialmente le “Mamme” erano contattate soprattutto all’interno di realtà ecclesiali o di volontariato: si trattava quindi di persone formate a pensare alla propria vita come un qualcosa da spendere a vantaggio degli altri e che vedevano nel Villaggio una forma concreta ed impegnativa attraverso cui realizzare questo ed attraverso questo realizzare se stesse. Sono state queste persone a porre le basi per quella “cultura dell’essere al servizio” attraverso la disponibilità personale ed una dedizione “totale all’altro” che ancora oggi ispira il nostro agire.


In conformità con le politiche sociali del tempo i bambini venivano accolti fin da piccoli con la previsione di rimanere al Villaggio fino al raggiungimento della maggiore età: raggiunta questa tappa spesso facevano rientro nella propria famiglia di origine. Sempre Gmeiner suggeriva di ipotizzare un passaggio in una realtà diversa per i ragazzi giunti all’adolescenza: era la cosiddetta “Casa dei giovani”, gestita da educatori di sesso maschile ed organizzata secondo modalità confacenti ai bisogni di questi ragazzi. Per questa finalità nel 1975 fu acquisito dalla Cooperativa un immobile in via dei Giardini grazie all’intervento finanziario diretto dell’Associazione Internazionale dei Villaggi: la casa è chiamata “Casa Gmeiner” con senso di profonda riconoscenza nei confronti del Fondatore dei Villaggi.

Tre anni dopo il Consiglio di amministrazione della Cooperativa deliberava un ulteriore ampliamento del Villaggio: nel 1979 le case diventavano nove.

Nel frattempo, attraverso una costruttiva e fattiva relazione fra il Villaggio e L’Associazione Nazionale degli Alpini, questi si attivavano per realizzare la ristrutturazione di un immobile sito nelle vicinanze della Casa Gmeiner che, nel 1982 veniva messo a disposizione per la realizzazione di una nuova casa-famiglia gestita da una coppia di sposi. Anche in questo caso l’immobile veniva intitolato alla persona che aveva ispirato l’iniziativa, don Onorio Spada, cappellano degli alpini in Russia. La casa è nota da quel giorno come “Baita don Onorio”.


Lo sviluppo successivo delle iniziative attivate dal Villaggio si realizza attraverso tre binari principali: da una parte l’entrata in vigore della nuova legge sull’affidamento (1983) che, interpretando i nuovi bisogni presenti nella collettività, introduceva percorsi innovativi sull’accoglienza dei bambini. Questa legge proponeva infatti che l’allontanamento del bambino dalla sua famiglia (ed il suo collocamento in altra famiglia o in comunità e, all’epoca, eventualmente in istituto) doveva essere l’ultimo intervento dopo altri provati a sostegno della famiglia stessa. L’eventuale successivo allontanamento doveva avere carattere di temporaneità ed essere accompagnato da un progetto di recupero della famiglia naturale entro la quale egli avrebbe successivamente dovuto far ritorno. Su tutta la vicenda si faceva più forte la regia dell’autorità giudiziaria (procura e tribunale per i minorenni e giudice tutelare) e una dimensione di progettualità esplicita in cui venivano coinvolti i servizi sociali, quelli affidatari e quelli sanitari.
Dall’altra parte cresceva l’interesse che il Villaggio incontrava fra la gente del Trentino, interesse che si traduceva in forme di vicinanza e solidarietà costanti. Attraverso queste la Cooperativa diventava proprietaria di alcuni appartamenti in città destinati subito a nuovi progetti: in particolare l’accompagnamento ai ragazzi/e maggiorenni nella fase di uscita dalle comunità residenziali, l’intervento a favore di alcuni ex ancora in condizioni di precarietà o difficoltà, l’offerta di ospitalità a famiglie in condizioni di criticità economica.


Il terzo binario che andava sviluppandosi era quello della costituzione di comunità per ragazzi maggiorenni, non ancora autosufficienti su alcuni aspetti della loro vita ma per molti altri molto autonomi: erano le "comunità per l'autonomia protetta" collocate, sotto la regia di un solo educatore, in via Giusti (maschile) e in via Muredei (femminile).

Un altro cambiamento significativo era dato dal fatto che cominciavano ad arrivare nelle case del Villaggio bambini più grandicelli che presentavano storie talvolta molto pesanti, storie che si trasformano di volta in volta in limiti, difficoltà e problemi anche molto particolari. La casa del Villaggio manteneva il suo iniziale clima di "luogo famigliare" ma l'intervento delle "Mamme" si faceva via via sempre più complesso. Per questo si iniziò a riflettere sull'adeguamento del modello d Villaggio, adeguamento inteso come arricchimento degli aiuti umani e materiali per ogni "Mamma". In particolare ad ogni "Mamma" venne affiancata in casa una "Zia". Nell'ultimo decennio si è fatto progressivamente più difficile il lavoro volto a raggiungere nuove candidate al ruolo di "Mamma": in presenza di case in cui per raggiunti limiti di età le "Mamme" lasciavano il proprio servizio si è cominciato ad introdurre equipe di educatori per poter proseguire il percorso di accoglienza dei bambini e ragazzi in esse accolti. Il modello di gestione di una casa attraverso una equipe di educatori è divenuto nel tempo prevalente, ponendo nuove sfide dal punto di vista metodologico e affermandosi come una tipologia di accoglienza con caratteristiche proprie. Nel Villaggio rimane forte comunque l'idea che, laddove è possibile disporre della presenza di una "Mamma" (o di una coppia), il servizio offerto ai bambini gode di "una marcia in più".


ALCUNE DATE SIGNIFICATIVE (1):

  • 1961: 10 ottobre - prima seduta del Comitato Promotore
  • 1962: 31 maggio - posa della prima pietra
  • 1963: 14 luglio - inaugurazione del Villaggio; si aprono subito all'accoglienza tre case famiglia; altri tre appartamenti sono pronti per essere attivati
  • 1968: sono costruite altre due unità abitative, una delle quali è destinata al Direttore che per statuto deve risiedere all'interno del Villaggio con la propria famiglia; l'altra unità abitativa accoglie una famigli aSOS fino a quel momento ospitata nella Casa Centrale.
  • 1975: attraverso l'intervento diretto del Fondo Gmeiner viene acquisito un immobile successivamente denominato "Casa Gmeiner" per la realizzazione deella Casa dei giovani. Secondo il modello pedagogico del fondatore i ragazzi accolti nelle case famiglia giunti all'età dell'adolescenza passano alla "Casa dei giovani", comunità gestita da educatori di sesso maschile e destinata a favorire i percorsi di autonomia dei ragazzi, orientati all'epoca ad uno sbocco professionale e all'inserimanto nel mondo del lavoro. I ragazzi, al fine settimana, rientrano nelle loro "famiglie" del Villaggio. Sette sono i ragazzi protagonisti dell'apertura di questa comunità.
  • 1976: è attivata tra le prime in Trentino la convenzione con il Ministero della difesa per ottenere la collaborazione di obiettori di coscienza al servizio militare. Questa collaborazione prosegue fino all'abrogazione della legge istitutiva del sevizio civile. 56 sono gli obiettori di coscienza che hanno prestato servizio al Villaggio, alcuni dei quali vi sono rimasti successivamente come collaboratori.
  • 1979: il Villaggio si amplia con altre tre case famiglia
  • 1980: si chiude l'esperienza della Casa dei giovani. Viene avviata la ristrutturazione di Casa Gmeiner da cui si otterranno dieci appartamenti di diversa metratura utilizzati per i progetti di uscita di ragazzi/e maggiorenni dal Villaggio, pe ril sostegno momentaneo ad ex ragazze/i e per interventi di accoglienza a bassa soglia di nuclei familiari in temporanea difficoltà.
  • 1982: con l'intervento solidale dell'Ana del Trentino (milleduecento penne nere per settantacinque fine settimana consecutivi) e del volontariato (ancora quarantacinque gruppi dell'Ana, trenta ditte e novantasette cittadini a raccoglier efondi ed i materiali necessari) viene ristrutturato un immobile nei pressi di Casa Gmeiner che è intitolato a don Onorio Spada, cappellano degli alpini in Russia: ospita una casa famiglia guidata da una coppia di sposi.
  • 1984: il Villaggio riceve in eredità il primo appartamento in città. Ne è donatrice la Signora Anna Modl, membro del Consiglio di amministrazione della Cooperativa fin dalgi inizi. Questo gesto sarà seguito da altre persone portando negli anni il Villaggio a disporre di alcuni appartamenti in città utilizzati sistematicamente per sviluppare progetti interni o per fornire sostegno ad ex ragazzi/e o famiglie in situazioni di temporanea difficoltà.
  • 1984: in un appartamento in città viene attivata una comunità per ragazzi adolescenti in uscita dal Villaggio; è in un certo senso la ripresa della Casa dei giovani ma con modalità di progetto e convivenza significativamente diverse; una seconda comunità maschile è aperta in Casa Gmeiner l'anno successivo.
  • 1986: anche la "Mansarda", appartamento posto al secondo piano della "Baita don Onorio", è posta a disposizione del territorio per accoglienza di mamme con i propri figli in un momento di difficoltà.
  • 1990: all'ultimo piano di Casa Gmeiner è aperta una comunità per ragazze adolescenti. Il progetto prevede l'accoglienza di ragazze in uscita dal Villaggio o direttamente proposte dal Servizio sociale territoriale. La comunità è guidata da una coppia di sposi. L'apertura della comunità per adolescenti anche a ragazzi proposti direttamente dal Servizio sociale territoriale si estende anche alle due comunità maschili.
  • 1993: prima iscrizione all'Università di un ragazzo in uscita dal Villaggio. E' sostenuto da una borsa di studio del Villaggio resa possibile dalla sistematica generosità dei cittadini trentini. Il ragazzo consegue una laurea: negli anni successivi una quindicina di ragazzi percorreranno gli studi universitari, alcuni portandoli a termine, altri orientandosi successivamente all'esperienza lavorativa.
  • 1994: il progetto educativo di Villaggio si aricchisce attraverso l'apertura della prima comunità per l'autonomia protetta per ragazzi maggiorenni che viene realizzata in città. L'anno successivo, sempre in un appartamento cittadino, è aperto analogo servizio per le ragazze maggiorenni. La conduzione di queste comunità in cui i ragazzi/e sono molto autosufficienti viene svolta in un primo momento dalla stessa Direzione del Villaggio, successivamente da una educatrice.
  • 1996: il Villaggio riceve in eredità "Villa Lidia", l'immobile sito nella frazione cittadina di Montevaccino, a ottocento metri di altitudine. Diventa subito luogo ideale per campeggi e vacanze familiari dei bambini e ragazzi; negli anni successivi si ativa una forte collaborazione con la popolazione della frazione che usufruisce direttamente della casa per l'organizzazione di eventi festosi delal comunità.
  • 1997: attraverso una riorganizzazione del personale si realizza un significativo cambiamento all'interno delle case famiglia. Ad ogni "Mamma" è affiancata sistematicamente una "Zia" allo scopo di "riportare alcune funzioni prima svolte fuori dalla casa (doposcuola, guardaroba) all'interno della stessa e per recuperare maggiori possibiltà di osservazione, pensiero ed intercambio fra gli adulti".
  • 1998: in occasione del trentacinquesimo anniversario di Villaggio, il Comune di Trento procede ad intitolare la via di accesso alla Cooperativa al fondatore dei Villaggi, dott. Hermann Gmeiner.
  • 1998: in bici da Trento a Parigi per i mondiali di calcio. Sette ragazzi con due educatori compiono quella che lì per lì sembra un'impresa, ma che in realtà viene replicata più volte negli anni seguenti, a piedi o con la "due ruote". prende forza il pensiero pedagogico di proporre ai ragazzi esperienze cariche di significati ed opportunità in cui il tutto è però raggiungibile solo grazie all'impegno personale e ad una buona capacità di collaborazione nel gruppo.
  • 2001: nell'intento di utilizzare sempre al massimo le risorse immobiliari della Cooperativa, si compie una scelta innovativa: aprire anche una casa all'interno del Villaggio all'accoglienza di genitori con i propri figli; negli anni successivi in particolare i due miniappartamenti posti all'interno del Villaggio vengono usati per progetti di questo o altro genere: per un biennio è accolta in uno di essi una ragazza con gravi limitazioni.
  • 2005: a fronte di situazioni di accoglienza che si presentano via via più complesse, è deciso un ulteriore cambiamento nel modello di accoglienza. A ciascuna "mamma" viene affiancato un secondo educatore. L'obiettivo è anche quello di introdurre gradualmente in tutti i contesti di accoglienza figure maschili: solo dieci anni dopo si raggiungerà compiutamente questo obiettivo.
  • 2007: viene introdotta nell’organigramma la funzione di coordinamento pedagogico, ruolo affidato ad una pedagogista: si vuole in questo modo accompagnare sistematicamente l’azione educativa con supporti metodologici appropriati.
  • 2009: alcune “Mamme”, dopo anni di servizio, giungono al meritato riposo, altre chiedono un impegno meno forte e proseguono quindi la loro attività nel ruolo di educatrici; essendo le loro case famiglia in funzione diventa necessario garantire la prosecuzione del servizio attraverso un modello diverso: è introdotta la formula dell’equipe con cinque educatori (uno dei quali nel ruolo di Responsabile). Questo modello si affianca a quello tradizionale.
  • 2012: nove case famiglia (quattro con modello tradizionale, cinque guidate da una equipe di educatori), una comunità per adolescenti (“Baita don Onorio”), due comunità per l’autonomia protetta in città; sei appartamenti cittadini ad ospitare ex ragazzi/e o mamme con i loro figli in situazioni di temporanea difficoltà

(1) La storia del Villaggio è ampiamente descritta in: Marco Zeni, “Cuore di mamma SOS . Vita di Villaggio”, Effe Erre Trento, 2005. Nella continuità di questa storia si possono distinguere due periodi. Il primo, che va dalle origini alla fine degli anni ’90, è caratterizzato dalla realizzazione del modello gmeineriano in senso stretto. Nelle case c’è la “Mamma” da sola. Le “Zie” – una ogni due o tre case – sostituiscono le “Mamme” nei loro quattro giorni di riposo mensili e le aiutano materialmente nella gestione del guardaroba e di uno spaccio di alimentari interno, servizi entrambi centralizzati. Al pari delle “Mamme” e del Direttore, le “Zie” vivono all’interno del Villaggio, in un appartamento della Casa centrale, pronte ad intervenire in ogni circostanza. Questo periodo è da ritenersi ancora oggi fondativo della cultura propria del Villaggio, caratterizzata dalla dimensione dell’”esserci”, dello stare a fianco del bambino nella semplicità ed immediatezza della cura quotidiana e della relazione profonda, della condivisione, dell’assumersi un ruolo all’interno della società in modo diretto e personale, si potrebbe dire da questo punto di vista “non professionale”. Successivamente la maggiore complessità nelle situazioni famigliari, nel contesto sociale e nella stessa vita personale hanno determinato un significativo ampliamento delle funzioni e delle “cose da fare” nella conduzione della casa e delle relazioni all’interno ed attorno ad essa. Si è aperto così il secondo periodo caratterizzato dalla necessità di affiancare alle “Mamme” altri operatori, via via più formati dal punto di vista professionale, fino ad arrivare ai giorni nostri in cui alcune case sono gestite da equipe di educatori professionali. Le “Mamme” che dalle origini ad oggi hanno reso possibile questa “avventura sociale” sono state trentuno.

“Mamma” Cesarina Sottovia, la prima mamma del Villaggio di Trento (2) scomparsa in un tragico incidente pochi mesi dopo aver lasciato con oltre trentacinque anni di servizio la vita attiva nel Villaggio. Il Villaggio le ha dedicato la “sua” casa: un dipinto dell'artista trentino Andrea Fusaro vi ha raffigurato un volo di colombe in un cielo terso, azzurro forte, a significare il percorso del crescere del bambino attraverso un appropriarsi sempre più della propria vita diventando in questo modo libero. Sotto il dipinto un pensiero del nostro Fondatore, il dott. Hermann Gmeiner, evidenzia il senso profondo di vite come quella di Cesarina dedicate alla condivisione dei bisogni sociali: “Volevo realizzare in tutto il mondo Villaggi del Fanciullo come segni di riconciliazione e di comprensione”. Il Consiglio di amministrazione ha inoltre costituito in suo ricordo un premio annuale a favore di associazioni che operano per il bene dei bambini e delle loro famiglie in Paesi particolarmente svantaggiati.


(2) Una recente tesi di laurea (Franco Zadra, “Villaggio del Fanciullo di Trento e l'educazione dell'infanzia abbandonata”, Università degli studi di Trento, Facoltà di Sociologia, 2013), contrariamente a quanto solitamente si afferma, documenta che il primo Villaggio italiano non è stato quello di Trento ma quello di Bressanone. Il Villaggio altoatesino, secondo la ricostruzione contenuta nella tesi, è rimasto per altro solo un breve periodo all'interno di SOS Kinderdorf International, proseguendo la propria attività fino ad oggi sotto un'altra denominazione. Si può in un certo senso dire quindi che, attraverso una presenza sul territorio ormai cinquantennale, accompagnata dalla contemporanea costituzione, sempre a Trento, dell'Associazione nazionale Amici dei Villaggi SOS, il Villaggio di Trento può considerarsi come la prima esperienza riuscita di questo tipo in Italia.

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